domenica, novembre 13, 2011

Le Impressioni Panormitane di Baragli alla Galleria Mediterranea

E' visitabile fino al 27 novembre del 2011 la personale “Impressioni in Sicilia” dell’artista, che oserei definire un Palermitano DOC, Guido Baragli, presso la Galleria Mediterranea, sita in via Mariano D’Amelio 28-30, a Palermo.

Questa piccola esposizione, che annovera solo una quindicina di opere, realizzate tra il 2003 e il 2010, è “uno sguardo allo sguardo” della quotidianità dell’artista, che vive a Mondello, a pochissimi passi dal porticciolo e dalle barchette multicolore in esso ormeggiate. Questo sguardo vede scorci di barche multicolori, vede ciotole di frutta, vede piatti di merluzzi nervosi, vede le partire dell’amato Palermo.

Quel che resta impresso nello sguardo dell’artista, che non oserei (non come prima) definire soltanto un pittore, quel che, apparentemente, le vite frenetiche non guardano perché non vi si soffermano, sono il polo d’attrazione di Baragli, il quale non si limita solo a guardare ma a scavare per ricoprire. Ed ecco l’originalità della sua tecnica-tecniche: predilige, infatti, il cartone catramato, su cui spalma smalto e oli con effetti in controluce molto interessanti. La realtà dell’opera, come della vita, non può, quindi, essere solo apparenza ma una profondità apparente, anche nelle immagini più “banali”.

Degno di nota è, infine, il fatto che la neonata rivista “21” ha dedicato un intero articolo critico con immagini nel suo secondo numero.


"Piatto di merluzzi nervosi": se osservate i pesci dal basso all'alto, l'espressione diventa sempre più ringhiosa


Pecche? Malgrado la gallerista sia cortese e gentile, gli orari della galleria lasciano a desiderare! Gli orari, infatti, in cui è visitabile sono davvero ristretti: sebbene sia una delle poche a Palermo ad essere aperta anche di lunedì, quando tutto langue, è visitabile solo per un totale di 3 ore e mezza al giorno, il che è poco.

Titolo: Impressioni in Sicilia
Dove: Galleria Mediterranea, via D’Amelio 28-30
Fino a: 27 novembre 2011
Orari: lun.-dom. 11-12,30; 17,30-19,30
Ingresso gratuito

mercoledì, novembre 09, 2011

Un pittore palermitano super star a Milano ospite a Palazzo S.Elia: Vito Vaccaro

Dopo la conclusione della lussureggiante mostra dedicata ai costumi della Collezione Piraino, dal 27 ottobre 2011 al 27 novembre Palazzo S. Elia ospita “Vito Vaccaro. Un filo che si riannoda”.


La storia di Vito Vaccaro è simile a quella di tanti artisti del Sud Italia che, per affermarsi e far strada, sono costretti a lasciare la propria terra, senza mai rinnegare le proprie origini.

Vito Vaccaro somiglia in tutto e per tutto ad un antenato latino di Steve Jobs, se ben riflettiamo: diplomatosi grazie ad una borsa di studio all’Accademia di Belle Arti, quasi sprovvedutamente, poco dopo il termine della prima guerra mondiale, nel 1920 si trasferì a Milano, dove, successivamente, trovò fama e notorietà sia come pittore che come scultore al punto che, dalla sua morte, nel 1960, figura tra i cittadini benemeriti di Milano.

Dopo le lezioni di Filippo Palizzi, Giuseppe De Nittis, Francesco Paolo Michetti, Michele Cammarano, Vincenzo Gemito, massimi esponenti dell’arte meridionale, Vaccaro, aperto e ben disposto alle novità, giunto a Milano, apprende tecniche e stili dei più cosmopoliti artisti milanesi e dell’Accademia di Brera.

Un eclettico, quindi, sia nella tecnica che nei soggetti pittorici e scultorei: paesaggi, scorci cittadini, sia di Palermo (vedi S. Giovanni degli Eremiti) che di Milano, sua patria d’elezione, nature morte, fiori ma anche volti familiari e di bambini e a tema religioso (spicca una Pietà al Cimitero Monumentale di Milano) e animali.

Nelle sue pittura e scultura “disegnative”, egli riesce magistralmente a fondere il suo bagaglio multiculturale che unisce scene di vita quotidiana e di lavoro d’atmosfera verista a ritratti introspettivi e di scandaglio emotivo.

Titolo: Vito Vaccaro. Un filo che si riannoda

Dove: Palazzo S. Elia, via Maqueda 81

Da: 27 ottobre a: 27 novembre

Orari: mar.-sab. 10-18,30; domenica e festivi 9,30-13

Ingresso gratuito

giovedì, novembre 03, 2011

Melo Minnella a Palazzo S. Elia

Melo Minnella in una foto recente
Si intitola “I percorsi dell’immaginario” ed è una mostra fotografica del  palermitano Melo Minnella, artista della foto di mondial fama (al quale, già quest'anno, è stata dedicata una sezione di Mare Magnum), ospitata nella ex Cavallerizza (quella che ha ospitato le opere di Matilde Perez) di Palazzo S’Elia. Includente circa 100 scatti d’attimo, colti in giro per il mondo, questa mostra non ha nulla di immaginario dal momento che riunisce, veristicamente, scene di vita quotidiana di gente che, ogni giorno, svolge le sue mansioni nel modo più naturalmente culturale. Scrivo di “modo naturalmente culturale” perché, come scrisse un noto antropologo che, differenza di Minnella, non si spostò mai dal tavolino per inseguire le culture lontane, le tecniche del corpo, vale a dire tutti i gesti, le stesse smorfie, con cui ci muoviamo nel mondo, non sono affatto naturali, ma ognuno di noi li eredita, spesso a livello inconscio, dalle persone che ci circondano, parte integrante della propria cultura.

Volutamente non inserisco foto perché è una mostra che vi invito a vedere ma che io stesso non vedrò per ragioni che lascerò oscure.

Titolo: I percorsi dell’immaginario
Dove: Palazzo S. Elia
Fino a: 20 novembre 2011
Orari: mar- sab. 9,30-13; 16-19,30; domenica e festivi 9,30-13
Ingresso gratuito

domenica, ottobre 30, 2011

Festa dei Morti o Halloween? A voi la scelta!

Com’è già successo nelle scorse settimane, anche oggi intraprendo l’ennesimo volo pindarico (cui, spero, siate abituati!), partendo dal Guatemala, passando per la Gran Bretagna e l’Italia, facendo, poi, un breve scalo nell’America del Nord, per, infine, ritornare a Palermo.

Perché inizio dal Guatemala? Perché, in questi giorni, ho cominciato a leggere “Io mi chiamo Rigoberta Menchù”, un’intervista all’allora giovane contadina quiche (una minoranza etnica del Paese), premio Nobel per la pace nel 1992, raccolta e pubblicata, agli inizi degli anni ’80, dall’antropologa sudamericana Elizabeth Brugos.

Questo monologo-testimonianza narra la storia, spesso drammatica, della vita della contadina-combattente Rigoberta Menchù, con - entusiasticamente per uno studioso di tradizioni - moltissime notizie sui riti e sui costumi della sua cultura.

Quel che affascina di questo personaggio è il suo atteggiamento nei confronti delle culture tradizionali: ella continua ad indossare gli abiti della tradizione da lei tessuti con enorme fierezza, pur conscia del fatto che la perdurante chiusura che il suo popolo, il popolo quiche, ha sempre mostrato nei confronti dei latinoamericani abbia prodotto solo povertà e abbia invogliato quest’ultimi ad opprimere e perseguitare il suo stesso popolo.

Rigoberta, aderendo al movimento contadino di lotta contro i ladinos, ha lanciato questo messaggio al suo popolo e a tutti quei popoli che, per secoli, in difesa delle trasmissione di generazione in generazione della propria cultura, rifiutano aprioristicamente qualsiasi novità proveniente dall’esterno: se la chiusura al mondo produce oppressione, violenze e morte, è bene accogliere, con criterio, tutte quelle innovazioni culturali che possano contribuire alla preservazione della propria realtà etnica.

Del resto, io ho sempre sostenuto che le culture sono come degli organismi vivi, che crescono e fanno continuamente esperienza del mondo che sta loro intorno: se il contatto con un’alterità produce uno scambio che non modifica l’equilibrio (= salute) di tale organismo, esso è tenuto ad assimilarlo e a farlo suo. L’acculturazione oculata non necessariamente comporta il totale rifiuto o annientamento di quello che si è stati ma può produrre crescita e “progresso” (proprio della natura dell’uomo).

E veniamo alla tanto spesso contestata festa di Halloween, che, da alcuni anni, tenta di “minacciare” la scomparsa di una festa tanto radicata in Sicilia, la festa dei morti.

Halloween è il nome popolare di All Hallows Eve o All Hallows Even (o Evening) che, in italiano, si traduce vigilia o sera di Ognissanti. Halloween è una festa, in origine, celtica, che, come si evince dal nome, risente dell’acculturazione cristiana, fortissima nel Medioevo.

Andiamo alle origini. Tale celebrazione, agli albori, era la festa celtica di Lâ Samhna, letteralmente «giorno di Samain», che cadeva il 1° Novembre e che contrassegnava la fine dell’estate, un momento molto particolare dell’anno per quei popoli la cui economia era di tipo agro-pastorale: dopo la semina, i contadini, apparentemente, interrompevano le loro attività nei campi, in attesa che i semi facessero presa sotto terra, per prepararsi a germogliare. Questo momento dell’anno è ed era identico per tutte le altre culture euro-mediterranee basate su economie agro-pastorali.

I festeggiamenti, organizzati tra la fine di ottobre e i primi di novembre, erano, quindi, molto sentiti dalle comunità agricole perché, se i semi avessero ben attecchito nel terreno e le condizioni atmosferiche avessero tenuto, l’annata agraria sarebbe stata ottima e avrebbe alimentato un’intera comunità di persone.

Al di là dei nomi che la festa ha assunto nei secoli e delle terre in cui si è diffusa (secondo alcune fonti, dalla fine del V secolo molti discendenti dei Celti, dall’Irlanda, raggiunsero l’arco alpino e padano, portandosi dietro le loro tradizioni), quella che, poi, dal 600 d. C. è divenuta una festa cristiana ha mantenuto, nei secoli, sempre le stesse forme rituali: ricordo e commemorazione dei defunti, consumo di particolari cibi come frutta secca, dolci tipici che, a Palermo, si chiamano Ossa ri morti o Pupa a cena, questue di bambini, cui il 2 novembre, i “morti” portano in dono dei giocattoli.

Domani, molti bambini palermitani festeggeranno Halloween, travestiti come a Carnevale, busseranno ai vicini recitando “dolcetto o scherzetto?” mentre i ragazzi più grandi, di sera, andranno alle feste, magari in discoteca, tutti agghindati con finte zucche intagliate e dai volti spaventosi… sapete che i primi irlandesi, anziché le zucche, andavano in giro per le questue con delle rape intagliate?

Queste lanterne erano chiamate Jack O'Lantern, dal nome del protagonista di una leggenda irlandese, Jack, che, alla sua morte, poiché non aveva trovato posto né all'Inferno né in Paradiso, era stato condannato a errare in eterno sulla terra, illuminandosi la strada con un tizzone inserito in una rapa incavata, che poi è diventata una zucca...piena di semi, simbolo sia di morte che di rinascita!

Analogamente, nelle credenze popolari siciliane, i “morti” non sono altro che anime di trapassati che tornano, eccezionalmente, a far visita ai loro vivi, che li accolgono con tavolate ben imbandite, visite con mazzi di fiori al cimitero anche se non a titolo gratuito, è chiaro! Perché? Perché i cadaveri dei defunti sono sottoterra e sottoterra ci sono i semi, che, come ho sopra citato, sono parte integrante delle tavolate dei morti: castagne, noci, noccioline, il cosiddetto scacciu (che, in genere, include pure i semi di zucca seccati, no?); ad esse si aggiungono dolcetti che ricordano metonimicamente i morti che raffigurerebbero le loro ossa (come i costumi da scheletro!), ossa ri morti e, ancora di più, a pupa a cena, statuette di zucchero che, almeno in origine, riproducevano esclusivamente immagini di persone in miniatura…da mangiare, proprio come accade nel corso di un sacrificio, nel quale la vittima immolata è spartita tra i presenti e consumata, per acquisirne la sua forza, la sua energia vitale.

Il gusto per l’esagerata vistosità della festa di Halloween non è giunta, in Italia, direttamente dall’Irlanda ma solo qualche secolo dopo lo sbarco degli irlandesi in America, quando la carestia in patria li spinse a cercar fortuna nel Nuovo Mondo.

Oggi il dibattito tra i detrattori di Halloween e i sostenitori della sua diffusione in Italia è vivo e insoluto. Come avete letto, i punti comuni tra Halloween e la Festa dei Morti sono tantissimi e non a caso. Io sono per le aperture alle alterità, ma aperture intelligenti, che, quindi, prima d’essere accolte, siano spiegate alle masse, che, in genere, si lasciano trascinare per moda o solo perché “così fan tutti”.

Buona festa (qualsiasi essa sia) a tutti!

giovedì, ottobre 27, 2011

La Collezione Basile ad Architettura

Il prossimo weekend, quello del 29 e 30 ottobre, ricorrerà l’ultimo appuntamento del 2011 con “Le vie dei tesori”, occasione per visitare gratuitamente e con il supporto di una guida 13 siti dell’Università degli Studi di Palermo.

S. Giovanni degli Eremiti (Palermo)

La novità di quest’anno è stata la visita alla Collezione Basile, al primo piano della Facoltà di Architettura, in viale delle Scienze.

Essa è costituita di 34 grosse tavole, con l’ausilio delle quali il Prof. Giovan Battista Basile insegnava ai suoi studenti. In realtà, a realizzarle è stato uno dei suoi migliori studenti, Michelangelo Giarrizzo, il quale ha disegnato con minuzie di particolari spaccati di edifici, scorci di monumenti celebri, sia di Palermo che d’altre zone d’Europa (si ammiri l’Acropoli di Atene qui sotto).


Singolare la tecnica realizzativa: su supporti di legno d’abete, Giarrizzo collocò prima uno o due strati di tela grezza, poi del gesso diluito con colla e bianco di titanio; successivamente con pigmento nero disegnò le sue affascinanti opere d’arte.

Perché ho lasciato per ultimo questo post? Ve lo scrivo subito, purtroppo!

Alcune di queste tavole sono mal conservate al pari proprio con CHI vi scorterà (mi vien da ridere!) lungo il percorso: una guida assolutamente inadeguata, che sembra precipitata ad Architettura non si sa da dove!


Nel caso andiate a visitarla, vi consiglio di dare poco peso alle parole della guida, che non aggiungerà proprio nulla a quanto vedrete con i vostri occhi.